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Uffa, nessuno mi vuole bene

articolo a cura di 
                     AGENZIA DI INCONTRI PER SINGLE        


Cosa si nasconde dietro questo bisogno compulsivo di attenzione e di amore?

Bassa autostima
Un’affermazione come questa, “Nessuno mi vuole bene”, risuona come un inappagabile bisogno di consolazione e nasconde allo stesso tempo una profonda insicurezza nelle proprie potenzialità. Spesso si tratta di una sofferenza, una ferita che ha le sue origini nell’infanzia o comunque nei primissimi anni di vita. Questi individui hanno sempre bisogno dello sguardo dell’altro per poter credere nelle proprie capacità. Si tratta quindi di una richiesta d’amore in termini negativi, come una domanda passiva, che sfocia spesso nel vittimismo, in cui manca una reale e autentica volontà di cambiare la propria situazione.

Mancanza d’amore
Ad altri individui invece è mancato l’amore in famiglia. Per esempio si ricordano che i genitori in casa parlavano poco sia con loro, che tra di loro. Mai un sentito interesse, un complimento, un incoraggiamento da parte loro. Ci sono infatti genitori che, malgrado amino i loro figli, non sanno dimostrarglielo: esprimere apertamente ai figli i propri sentimenti, empatizzare con loro, significa garantirgli stabilità per il futuro e aiutarli a sviluppare quelle capacità emotive e quelle risorse con cui affrontare le sconfitte che la vita a volte riserva.

Un IO smisurato

Queste persone solitamente danno la colpa agli altri del loro star male: “Non è colpa mia! E’ Giorgio che non si interessa a me!”. Spesso dietro questa sensazione di non essere amati si nasconde un forte egocentrismo o una componente narcisistica che porta a scaricare la propria responsabilità sugli altri, unici colpevoli. Come se per loro essere amati si traducesse nell’essere i più amati. Quando infatti ricevono un rifiuto, la deduzione è presto fatta: “Se non mi vuole bene Giorgio, allora nessuno mi vuole bene”. Naturalmente si trattadi una difesa inconscia, nel senso che è più facile convincersi che siano le altre persone incapaci di amare piuttosto che ammettere a se stessi di essere persone poco o per nulla amabili.

Un eccesso d’amore
Anche un eccesso d’amore, di attenzione, di cura da parte dei genitori durante l’infanzia può portare alla convinzione di non essere amati. In che modo? Quando da bambini si cresce senza capire e comprendere in che modo le proprie azioni, i propri pensieri, i propri sentimenti possono avere in qualche modo influenza nel mondo accadrà che da adulti si pretenderà di ricevere dagli altri lo stesso smisurato e allo stesso tempo incondizionato amore che si è ricevuto dai propri genitori. Questa pretesa infinita non farà che intimorire e di conseguenza mettere in fuga coloro con cui si entra in relazione, ritrovandosi poi realmente soli.

Riaprirsi a rapporti autentici
Alcuni consigli per riavviare rapporti autentici con gli altri:
Osservare di più se stessi e meno gli altri: questo porta a farsi delle domande e a capire che tipo di responsabilità si hanno rispetto ad una relazione che fa soffrire. Per esempio ci si aspetta sempre che sia l’altro a fare il primo passo?
Trasformare il proprio modo di comunicare: per esempio sostituendo alcune espressioni che si utilizzano abitualmente e si considerano perciò assolute: mai, nessuno, niente posso diventare espressioni relative come spesso, qualcuno, qualcosa. Quest’ultime lasciano aperte infinite possibilità e certamente circoscrivono la questione.
Rendersi conto che non si è da soli: basta porre la propria attenzione su quelle situazioni, anche se piccole e sporadiche, in cui durante la giornata qualcuno si è rivolto a noi con gentilezza, attenzione o attraverso un complimento. Ogni piccolo gesto è una dimostrazione d’attenzione e d’amore.
Consapevolizzare la propria storia: solo ripercorrendo le fasi della propria infanzia, sostenuti magari da un aiuto psicoterapeutico, sarà possibile prendere coscienza della situazione attuale e delle proprie dinamiche relazionali.
Sciogliere le proprie difese: questo può accadere entrando in contatto con la propria realtà interiore, riconoscendo e dando cittadinanza alle proprie emozioni come la rabbia, il dolore, la paura, la gioia, l’amore, per poi manifestarle e comunicarle apertamente e liberamente al mondo circostante. Per facilitare questo processo potrebbe essere utile sforzarsi di uscire dai propri ruoli, rimettendo al centro la propria identità personale.
Colmare le proprie mancanze attivando il proprio potenziale: l’amore incondizionato e smisurato se basato solo sulle aspettative riferite all'esterno è effettivamente un’illusione. Un amore pieno orientato all'accettazione di sé e delle proprie mancanze ci apre alla possibilità di trasformare il nostro potenziale creativo, quindi positivo, e metterlo al servizio della propria vita attraverso scelte che portano condivisione e socialità.
( si ringrazia Cristina Milla autrice dell'articolo)

                                                            


 
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